NEWS LETTER

martedì 18 aprile 2017

LA VIA DEL FUOCO - INIZIAZIONE MINORE

"Ti do le chiavi per aprire le porte del Tempio; in Esso troverai il Fuoco rigeneratore che ti ingrandisce quanto il creato, la spada fiammeggiante per combattere le tenebre che ti costringono, la Verità suprema splendente e costante". 


Quando un aspirante è stimolato a incamminarsi lungo la Via della realizzazione del Sé, quando ha finito di leggere le cose più svariate cessato di parlare confusamente di cose spirituali, la sua coscienza gli impone un'azione più incisiva, operativa, tale da sospingerlo alla soluzione delle sue istanze. A questo punto da un vago cercare qua e là passa all'applicazione concreta della sadhana (ascesi realizzativa) e alla scelta di un Sentiero che sia congeniale al suo stato psicologico. Per chi è pronto essa potrebbe essere anche sufficiente per innalzarsi alla realizzazione dell'Essere in quanto è e non diviene. A chi è maturo bastano poche indicazioni per rimettere le ali e volare verso la libertà. 

Se l'ente vive nel conflitto, nella sofferenza psicologica, nell'irrequietezza e insoddisfazione vuol dire che qualche cosa non funziona in lui, o qualche cosa risulta sbagliata nella condotta della sua vita. Può darsi anche che il suo vivere poggi su una visione errata dell'esistenza, che segua una filosofia di vita a vicolo cieco, fino a rassegnarsi a procedere nell'inerzia o ad adeguarsi passivamente all'inconscio caotico collettivo senza alcuna prospettiva di venirne fuori. Eppure, l'uomo dell'inquietudine e dell'angoscia può avere senz'altro delle soluzioni ottimali, solo che dovrebbe essere più responsivo, più duttile, più umile e disponibile ad ascoltare una voce che difficilmente nel mondo dicotomico ha potuto ascoltare. 

Che cos'è poi una Via realizzativa se non quella che svela la Pienezza e la Conoscenza di sé, cose queste che si trovano entro lo stesso ente, ma che restano profondamente celate nel cavo del cuore perché l'attenzione è spesso rivolta al mondo del divenire più che a quello dell'Essere. Che cosa possiamo dare agli altri se la nostra vita è intessuta di emozioni, passioni, egoismi e ignoranza dei vari problemi esistenziali? Spesso neanche un conforto psicologico per sopravvivere. La maturità, a volte conquistata sotto il martello della sofferenza, impone prima o poi di distogliere l'Occhio della intelligenza dalle cose che non sono (mondo duale) e a dirigerlo verso lo splendore della propria essenziale natura. Indubbiamente ciò implica un capovolgimento di valori, una rivoluzione psicologica, un tendersi non più verso la linea orizzontale inefficace, infruttuosa, ma verso quella verticale di risveglio, di svelamento di potenzialità meravigliose che sono prerogative dell'animo umano. Questa sintesi operativa è rivolta appunto a quanti, maturati sotto la legge della necessità, vogliono assaporare la mirabile via della Libertà fino a essere Libertà-compiutezza. 

E' a questo punto che possiamo dare agli altri non semplice conforto psicologico, ma qualcosa di più. Il fuoco di cui si parla non è ovviamente quello che conosciamo a livello fisico. Un istinto, una passione, un'idea, ecc. non sono altro che fuoco in espressione: i nostri corpi di manifestazione (fisico, emotivo e mentale) sono composti di fuoco, la stessa materia è un concentrato di fuoco, una stella è un fuoco che illumina; la vita stessa può essere compresa in termini di fuoco. Nello Yoga si parla si sette centri di coscienza che esprimono energia-fuoco-luce. Alcuni di essi vanno risvegliati in modo che l'energia-fuoco s'innalzi lungo una determinata per portare la coscienza a dimensione universale. La vita del discepolo, dunque, è una vita di fuoco, e agli inizi egli può esserne turbato fino a rifiutare questo fuoco che gli sembra sconosciuto, dal momento che non ha mai interpretato se stesso in termini di fuoco. Quando però il discepolo si sveglia, il fuoco gli si impone ed egli deve riconoscerlo; può essere difficile in principio perché non sa come trattare l'elemento né come affrontarlo. Questo avviene solo perché l'avidya (non-conoscenza della propria essenziale natura) ci nasconde il fatto fondamentale che, dal campo di tensione che procede dal Principio universale al cuore della sostanza formale, tutto è fuoco. Quando il discepolo gradatamente scopre la propria realtà di Fuoco, è liberato dal fuoco. Si riconosce nel Fuoco e costantemente bruciando nel rogo elimina ogni cosa che si frappone tra lui e la sua essenza. Impara così a rigettare tutto ciò che non può essere sostenuto nel respiro del Fuoco. Possa questo breve trattato essere di utilità a quanti si accostano alla realizzazione del Sé. 

Dal libro "La triplice Via del Fuoco" di Raphael

martedì 4 aprile 2017

IL PECCATO ORIGINALE NON ESISTE

La traduzione letterale del termine Gan ’Eden che troviamo nei Testi Sacri originali è sorprendente: Eden significa “la dimensione del tempo presente”, mentre Gan significa “recinto, steccato”. 
Perciò la traduzione corretta di Giardino dell’Eden è RECINTO DEL TEMPO PRESENTE, che può essere paragonata ad una visione limitata della Vita. I nostri due simbolici antenati vivevano in un Giardino recintato dalla loro stessa ignoranza, nel senso che ignoravano di essere nudi, maschio e femmina, quasi totalmente inconsapevoli di ESSERE.

Quando la donna più criticata e disprezzata dall'intera società occidentale mangia il frutto dell'Albero della Conoscenza, in Verità compie l'atto più importante che un essere umano possa fare in questa Vita, ovvero quello di andare oltre il mondo comunemente conosciuto per uscire dalla famosa zona di confort.
Il gesto di Eva è un atto Sacro, nel senso che dona in sacrificio la sua esistenza, per quanto inconsapevole, al fine di intraprendere il Cammino di Conoscenza di Sé. Quindi visto da questa prospettiva Eva non è la donna del peccato, ma la prima a sperimentare il senso del Risveglio della Coscienza.

Oggi dovremmo ricordare questa donna non più come colei che ha condannato l'intera umanità alle pene della sofferenza, ma come quella che ha ricevuto per prima l'intuizione dell'Autorealizzazione di Sé. Eva non è una peccatrice....bensì una Maestra.
Il vero peccato è non mangiare il frutto!

Ma per noi occidentali è difficile accettare questo atto di disobbedienza perché siamo nati e cresciuti in un mare di obblighi e doveri. Sin da bambini veniamo educati a delle regole di comportamento secondo le quali veniamo premiati se rimaniamo nei limiti, che rappresentano il recinto, o puniti se sconfiniamo oltre le regole dettate dai familiari, insegnanti, datori di lavoro eccetera eccetera.

Uscire dal recinto significa andare oltre le proprie credenze, i condizionamenti e gli obblighi morali. Togliersi la maschera dietro alla quale ci nascondiamo, quella del perbenista, dello scorbutico, del don giovanni o il partner perfetto della famiglia del mulino bianco, e rimanere coerenti con il proprio sentire esprimendoci per quello che siamo.

Si, dobbiamo re-imparare a disubbidire anche se è impegnativo e ci porta ad andare contro corrente. Ogni qual volta abbiamo trasgredito i comandamenti di un Dio, familiari o obblighi sociali abbiamo pagato a caro prezzo questo atto rivoluzionario. Ma se continuiamo a negare la libera espressione di noi stessi le cose non migliorano, ci sentiamo frustrati e delusi, umiliati e repressi...quindi, in realtà, non abbiamo scelta. 

Dobbiamo ricordarci dei nostri due antenati, Adamo ed Eva, e trovare in noi il coraggio di osare ed andare oltre i confini del recinto. Uscire dalla zona di confort e metterci in discussione, questo è un cammino di Risveglio che ci porta verso la Libertà, fuori dal recinto della schiavitù interiore, individuale e collettiva.

Matteo Bianciardi.